Orko Trio (Dobialabel001)

Orko Trio (Dobialabel001)

L’omonimo disco d’esordio di Orko Trio  è la prima uscita di Dobialabel: un potente mix di riffs rock, doom/stoner metal, funk e jazz. Aprendo le danze con un’originale trasfigurazione di un tema di Monk e proseguendo con alcune composizioni di Giorgio Pacorig e altre collettive, il trio sviluppa un proprio stile personale, che può richiamare tanto alcuni album di jazz rock quanto le potenti cavalcate strumentali dei Queens of the Stone Age: da ascoltare ad alto volume!

L’artwork del cd, disegnato a pennarello e perfettamente in linea con la musica, è di Erika Matcovich.

PERSONNEL

Michele Cuzziol: Drums
Enrico Giletti: Electric Bass
Giorgio Pacorig: Fender Rhodes, Korg MS20

TRACKLIST

Little Rootie Tootie (Monk)

Land Mine (Pacorig)

Daghe (Pacorig)

L’orso (Pacorig)

The legendary Hasaan (Pacorig)

Deep Pig (Orko Trio)

Kube (Orko Trio)

Buonanote (Orko Trio)

AUDIO SAMPLE

 

REVIEWS

Danilo Corganti – Sodapop.it (ITALIAN)

Disco dalle complesse architetture progressive rock questo esordio dell’Orko Trio, composto da Michele Cuzziol, Enrico Giletti e Giorgio Pacorig, gode di buona personalità, in gran parte per merito dell’inconfondibile suono del Fender Rhodes, qui leggermente fuzzato ed ottimamente suonato dal succitato Pacorig. Le composizioni del terzetto, suonate con energia ed un non comune senso del groove, alternano momenti di esibizione muscolare a qualche passaggio più rarefatto, e arrivano a inglobare elementi di jazz e fusion tanto che non si fa fatica a sentire qualche eco di Weather Report e Mahavishnu Orchestra, anche se qui si punta maggiormente verso un approccio rock ed essenziale alla materia sonora, una cosa tipo Queens Of The Stone Age che fanno cover strumentali dei Magma con un quinto degli strumenti a disposizione e soprattutto senza chitarra. Non mi sono spiegato ma non importa, il disco è bello e si ascolta bene, nonostante quella sensazione di freddezza tipica del genere in questione.

 

Marco Paolucci – Kathodik.it (ITALIAN)

La formazione composta da Giorgio Pacoring al fender Rhodes e al Korg MS20, Enrico Giletti al basso elettrico e Michele Cuzziol alla batteria esordisce con questo album dal titolo omonimo, miscelando nel disco le varie influenze da cui provengono. Un esordio al fulmicotone Little Rodie Totiee la formazione parte in quarta, proponendo all’ascoltatore del brano una sfrenata cavalcata progressive; le acque si agitano ulteriormente con il nevrotico funk rock di Land Mine, e la band prosegue su territori dove “imperversa” piacevolmente la matrice funk, ma saturata dal fender, prendere Daghe come esempio. Numi tutelari dell’operazione ci vengono in mente i King Crimson, miscelati e corretti, con un tocco di psichedelia che non guasta, ascoltare per credere L’orso. Il prosieguo con The Legendary Hassan, cambi di tempo, stacchi, accelerazioni che mantengono alta l’attenzione/tensione e per finire l’esibzione ecco arrivare la Buonanotte, miglior titolo non i nostri non potevano trovare.

 

Donato Zoppo – Movimentiprog.net (ITALIAN)

Soft Machine incazzati. Molto probabilmente se Mike Ratledge avesse esagerato col fuzz in preda a un delirio rumoristico arginando il perfezionismo di Karl Jenkins, avrebbero anticipato quanto presenta l’Orko Trio oggi. Insolenti e sarcastici già dal nome e dalla copertina – l’astronauta impiccato nel pieno di un viaggio spaziale… – i tre componenti dell’Orko Trio giocano molto sull’impatto di un rock-jazz strumentale, privo di chitarre e con l’asse spostato sul Fender Rhodes distorto e fragoroso.
Anni fa un trio del genere sarebbe stato considerato un “supergruppo” viste le esperienze che Giorgio Pacorig, Enrico Giletti e Michele Cuzziol annoverano, ma in periodi di magra per l’industria discografica e di paurosi cali di ispirazione per la maggior parte degli artisti, anche le aspettative dell’Orko si adeguano. Non è un caso che il debutto dei tre comunichi subito un’intenzione “leggera” ma mai disgiunta da un’impeccabile serietà che guarda alle modalità jazz ma anche all’esperienza progressive, pensiamo ai King Crimson del 73/74.
Si gioca sui riff, sul tema sviluppato con verve e piglio talvolta brusco, ma non manca la classe: a partire dall’incipit secco e tagliente di “Little rootie tootie” e “The legendary Hasaan” attraversando il groove marcato di “Daghe” e l’irresistibile funk di “Deep pig”, il trio sfodera pezzi adamantini che ricordano quanto fatto qualche anno fa da TriPod, Dreadnaught e Slang, per certi versi anche i nostri StereoKimono. “Landmine” sfida l’hard rock di tante band aggressive solo nel vestiario e nelle mossette da palcoscenico, “L’orso” rievoca direzioni ritmiche ficcanti e minacciose alla Van Der Graaf.
Ottimo esordio, incazzati al punto giusto, anche se il rischio che l’effetto sorpresa svanisca è dietro l’angolo.

 

Gioele Valenti – Rockit.it (ITALIAN)

L’allure prog del progetto è evidente sin dalle prime avvisaglie (“Little Roadie Tootie”), estenuante e psichedelico excursus, in cui ravvisare già tutte le coordinate. Ci si trova catapultati nell’universo lisergico dei King Crimson, così come non è difficile scorgere l’antesignana pulsione dei Primus  in “Land Mine”, e tutta una cesura che s’estende per un quarantennio di musica “libera” e caotica. Diremmo, dei Soul Caughin sotto morfina per “Daghe”, con tutto il suo portato funky e free-jazz. Facile quindi uscire per incontrarli tra Can e Pink Floyd (“Deep Pig”), psichedelia macinata, metabolizzata, iconica (e un po’ trita). E’ un lavoro “serio”, ben suonato e informato tanto da essere un distillato di quella cultura. Eppure, qualcosa non torna, e di certo non si tratta del fatidico “già-sentito”, ma piuttosto di un insidioso germe del conservatorismo, a cui forse è preferibile un (altrettanto opinabile) personalismo.

 

Fardrock.wordpress.it (ITALIAN)

Immaginatevi un incrocio tra Emerson Lake & Palmer e i King Crimson. In fondo, vista la militanza di Greg Lake in entrambe, il passo tra le due formazioni è breve… No, eh? Vabbè, allora immaginate che Keith Emerson abbia avuto per un momento l’estro e la genialità di Robert Fripp e magari anche che Carl Palmer fosse riuscito ad appropriarsi della versatilità di Bill Bruford. Ebbene, se riuscite ad immaginare anche il risultato, avete più o meno un’idea di quello che c’è nel disco di OrkoTrio. Il gioco in cui si sono buttati Giorgio Pacorig, Enrico Giletti e Michele Cuzziol, parte dal post rock dei Soul Caughin e dei Tortoise, ma non dimentica di prendere ispirazione dalle lezioni lounge-jazz di Jimmy Smith e Eumir Deodato ricongiungendo il tutto con il verbo antesignano dei Can, dei Gentle Giant, dei già citati King Crimson oltre che di tutta la magnifica scuola del Rock in Opposition di Henry Cow, Art Bears e Stormy Six.
Ma forse vi sto confondendo, sto facendo troppi nomi.   Purtroppo ho l’abitudine di appocciarmi a nuove proposte musicali cercandovi all’interno qualcosa di già sentito, anche quando ad emergere è soprattutto la cifra di originalità come nel caso qui presente. Per esempio, una formazione che deve così tanto a Robert Fripp e a Fred Frith ma che non usa la chitarra è già di per sé molto interessante e coraggiosa senza contare che poi, mettendo a girare il CD, è evidente già dalla prima traccia (Little Roadie Tootie) che c’è molto più Giorgio Pacorig che Keith Emerson. Il suo Fender Rhodes sempre sporco e distorto, suona come una lama d’acciaio su una ritmica  che nonostante i richiami post-prog suona, incessante e pompata, sicuramente moderna.
Psichedelia e anima, come a dire sacro e profano, convivono spesso nelle tracce dell’album e The Legendary Hasaan coniuga due elementi tanto distinti come il cuore e la matematica, riuscendo a mettere insieme lezioni di storia con libertà di espressione.
Un lavoro ben piantato, lineare e coeso, fatto principalmente di buona musica e di rigore ma pieno di sana ironia e di sarcasmo utili ed indispensabili ad allentare la tensione (sempre comunque positiva) che qualche volta questi brani sanno creare.
Un formidabile esempio di musica libera, dai tratti anche piacevolmente easy, che riesce ad imporsi per un aspetto intensamente live, perfetto per mille occasioni ma sicuramente nato per stare sul palco.
Abbiatelo.